Forteto: la scuola non è sorda né cieca

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Pubblichiamo la lettera della nostra attivista Adriana Rossi che è stata indirizzata al quotidiano La Nazione sul caso Forteto.

Gentile Direttore,

ho letto su “La Nazione” di sabato 4 luglio 2015 un articolo a firma Nicola Di Renzone (p.17) dal quale si evince, sulla base della dichiarazione di un’insegnante delle scuole medie di Vicchio oggi in pensione, che il trasferimento di diversi alunni della comunità del “Forteto” dalle scuole di Dicomano a quelle di Vicchio (trasferimento imputabile alle coraggiose segnalazioni di un’insegnante di Dicomano) non sarebbe stato percepito come “un impatto improvviso e importante”, tale da far intuire la gravità delle problematiche connesse alla comunità sulla quale solo “voci di paese” avrebbero sollevato perplessità.

Se le cose stanno così, da insegnante quale sono devo ammettere la totale inefficienza delle istituzioni scolastiche: docenti che si ignorano, anziché incontrarsi e scambiarsi informazioni sugli allievi; dirigenti che, a distanza di pochi chilometri, a fronte di un “esodo” di ragazzi da un istituto ad un altro, non comunicano fra loro per comprendere le ragioni di tale scelta e far fronte ai relativi problemi…. Possibile che la scuola sia ridotta così? Allora ha avuto ragione il premier Renzi a far approvare una legge che rende la scuola una sorta di azienda, dove il dirigente-padrone dispone, oltre che dei suoi dipendenti, di ogni ambito dell’istituzione e ne risponde personalmente all’esterno: in tal caso sapremmo chi intervistare …

Per fortuna non è così: la scuola non è sorda né cieca, come risulta anche dalla mia esperienza.

Docente di materie letterarie e latino presso il liceo “Giotto Ulivi” di Borgo San Lorenzo, ho avuto come alunni alcuni ragazzi del “Forteto” che venivano accolti al liceo con la motivazione ricorrente che l’ambiente tranquillo, ben diverso da quello di un istituto professionale, avrebbe favorito il loro inserimento e la loro crescita personale, indipendentemente dalle loro reali attitudini e capacità. Di fatto, diversi di loro dopo il primo anno mutarono indirizzo di studi, nonostante l’impegno e la benevolenza degli insegnanti. Che fossero studenti “normali”, come asserito dall’insegnante di Vicchio, è vero solo in parte: se per “normalità” intendiamo pulizia e decoro della persona e possesso degli strumenti necessari allo studio, i ragazzi del “Forteto” erano normalissimi. I colloqui con i genitori (o presunti tali) si svolgevano in un clima sereno e pacato, almeno per quanto mi riguarda. Ricordo però un caso che merita di essere raccontato.

Un ragazzo piuttosto dotato fu avviato con successo al percorso liceale: nelle aspettative del tutore avrebbe dovuto frequentare all’Università la facoltà di giurisprudenza e diventare avvocato.

Essendo la coordinatrice della classe in cui era inserito, all’inizio dell’anno scolastico ebbi un colloquio col genitore “adottivo”, il quale mi riferì la storia di una rete di pedofili che sarebbe stata smantellata grazie al contributo decisivo del ragazzo. Raccontò anche del coinvolgimento della madre, che avrebbe percepito compensi per gli abusi che il figlio aveva subito e che, tuttavia, aveva dato incarico ad un legale per ottenere la custodia del figlio minorenne, sottraendolo alla comunità a cui era stato assegnato. Di fronte al pericolo di un pronunciamento del tribunale a favore della madre, il genitore affidatario chiedeva, in modo piuttosto esplicito, di assegnare voti alti nelle varie discipline in modo da scoraggiare un allontanamento del ragazzo dall’ambiente in cui viveva. In altre parole, i successi nello studio e le vittorie nello sport ( il ragazzo faceva nuoto a livello agonistico) sarebbero stati percepiti come successi tangibili della comunità del “Forteto” e avrebbero influenzato positivamente i giudici.

Molto turbata dalla narrazione del percorso di vita del ragazzo (ricordo che non riuscivo a trattenere le lacrime in alcuni momenti del racconto), fui però molto perplessa di fronte alla richiesta conseguente di una media alta nelle varie discipline. Fu così che mi informai: internet fornisce preziose informazioni. Venne fuori quanto segue:

  1. laddove il genitore parlava di una rete di pedofili i documenti raccontavano la triste storia di un assistente sociale che aveva abusato di un bambino;
  2. laddove il tutore parlava di una madre consenziente e connivente, dai documenti emergeva soltanto una figura di donna fragile che non aveva saputo tutelare il figlio;
  3. laddove il tutore parlava di una madre intenzionata a sottrarre il figlio alla comunità, i documenti rivelavano reiterati tentativi della cooperativa per sottrarre il ragazzo ai colloqui, i quali, fra l’altro, si svolgevano alla presenza di una figura terza.

Infine, venni a conoscenza delle condanne già subite dai fondatori del “Forteto”: prima di tutto un patteggiamento per aver dichiarato di essere laureati in psicologia in Svizzera, circostanza del tutto falsa; poi la condanna del 1985 per abusi e maltrattamenti agli ospiti della comunità. Dulcis in fundo, risultava anche un risarcimento alla famiglia del ragazzo da parte della corte europea di Strasburgo proprio a causa dell’affidamento a quella struttura già oggetto di condanna.

Preso atto della situazione, informai il consiglio di classe di quanto avevo appurato e, nonostante l’opposizione di un collega che asseriva trattarsi di menzogne (a riprova di quanto l’argomento “Forteto” sia stato divisivo anche nel mondo delle scuole mugellane), mi feci garante dell’imparzialità del giudizio sul profitto del ragazzo. Parlai col genitore, contestai tutto quello che mi aveva detto, dissi anche che il ragazzo a mio avviso era sottoposto ad una pressione indebita che gli procurava ansia, perché si esigevano da lui risultati che avrebbero dovuto giovare alla struttura del “Forteto”. Il genitore negò tutte le contestazioni, dicendo che erano solo falsità.

Ricordo anche di aver parlato in privato col ragazzo e di avergli raccomandato di non farsi condizionare nelle sue scelte e di avere fiducia perché con la maggiore età, e mancava solo un anno per raggiungerla, poteva decidere della sua vita senza interferenze. Lui non disse nulla e mi parve anche infastidito dalla mia iniziativa.

Anni dopo, tornata a casa dal lavoro, accendo la televisione e col telecomando faccio un giro esplorativo dei vari canali: vedo il ragazzo, nel salotto della D’Urso, a raccontare la sua storia con dovizia di particolari, quelli che a me aveva negato per imbarazzo o paura, o tutt’e due le cose insieme.

Oggi la condanna in primo grado: che aggiungere? So che è stata creata una commissione presso la regione toscana per far luce sulle responsabilità dei rappresentanti delle istituzioni: mi auguro che svolga il proprio lavoro in totale autonomia e imparzialità di giudizio.

La scuola, nel caso che ho raccontato, ha fatto quello che poteva e di sicuro non è sorda, né cieca.

Adriana Rossi

Inoltre riproponiamo l’intervento sul forteto in parlamento del nostro portavoce Alfonso Bonafede.

Mugello 5 Stelle

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Il Preside-Sindaco e la buonascuola: appello alle femministe

Il primo di giugno del lontano 1886 un giovane maestra di ventitré anni, originaria di Monsummano, viene trovata morta nella gora di un mulino del paese di Porciano (PT), dove aveva ottenuto un incarico di insegnante elementare. Nella lettera che aveva scritto al fratello prima di morire, chiedeva che il suo corpo fosse esaminato da un medico per dimostrare la sua illibatezza, essendo stata a lungo la vittima incolpevole di feroci pettegolezzi a causa delle attenzioni del Sindaco che, a quel tempo, in virtù della Legge Casati (13 novembre 1859) esercitava la sua autorità sulle scuole elementari e decideva, fra le altre cose, chi assumere o trasferire.

La povera Italia Donati, a cui il Sindaco aveva imposto di vivere in un appartamento vicino alla sua villa (secondo la ricostruzione di Elena Gianini Belotti nel bel libro “Prima della quiete”) e che amava portare in paese in calesse per esibire in pubblico la sua conquista, pagò con la vita la scelta di lavorare e di svolgere una professione all’epoca faticosissima. Fra l’altro lo stipendio era misero, inferiore a quello degli uomini, e destinato in parte alle famiglie che avevano investito le magre risorse nella ‘formazione’ scolastica della figlia e ne esigevano un compenso mensile.

La vicenda di Italia e una serie di suicidi di maestre e anche di morti causate da debilitazione fisica (molte si ammalavano per gli stenti e la fame, per il freddo patito, per la fatica di un lungo cammino per raggiungere la scuola) sollevò un dibattito pubblico piuttosto acceso che sfociò in una nuova legge (la Daneo-Credaro del 1911), la quale sottraeva finalmente la scuola elementare all’arbitrio delle autorità comunali e ne assegnava il controllo allo stato.

Per avere un’idea dello stress psicologico a cui erano soggette le insegnanti alla fine dell’Ottocento, si legga la testimonianza di Edmondo De Amicis, “Il romanzo di un maestro”:

Non era ancora arrivata in paese la vittima predestinata, che accorrevano in dieci a circuirla, a insidiarla, a riscalducciarle il sangue e la testa con l’arti più ipocrite e con le tentazioni più sfacciate, a farle comprendere in cento maniere che ad essere onesta o a non essere avrebbe perduto egualmente la riputazioe, e poi, quando il fatto sollecitato, preveduto, strombazzato prima che accadesse, accadeva, gridavano tutti allo scandalo, e se la pigliavano, come QUEL MAIALE DEL SINDACO, contro tutte le maestre che portavano l’immoralità nei paesi.

Perché questa lunga premessa storica? Perché vedo inquietanti analogie fra la figura del sindaco plenipotenziario di fine Ottocento e il preside-sindaco della riforma del governo Renzi. Oggi, come allora, complice la grave crisi economica, potrebbero verificarsi casi di ricatti a sfondo sessuale, oltre ai noti fenomeni clientelari che ormai caratterizzano ogni ambito della vita pubblica. I numerosi esempi di prostituzione nella politica di oggi (si badi bene: “puttane” sono anche gli uomini che si vendono per un tornaconto personale; il caso Razzi è diventato emblematico grazie alla satira) potrebbero trasferirsi alla scuola, dove le figure cosiddette apicali (presidi) sono in maggioranza uomini, mentre le donne costituiscono per lo più manovalanza, seppure a vari livelli: collaboratrici, personale ATA, docenti.

Immaginiamo un preside molto predisposto verso il gentil sesso, magari alla maniera di Berlusconi: sceglierà dipendenti al di sotto dei quarant’anni e potrà tranquillamente motivare la sua scelta con la maggiore dinamicità e sintonia verso le giovani generazioni. Un altro potrebbe avere particolari preferenze per certi attributi: s’ei piace ei lice (se gli piace gli è consentito). E’ evidente che anche una preside donna potrebbe acquisire comportamenti simili, ma è provato che i fenomeni di prostituzione indotta sono riconducibili quasi sempre ai maschi.

Va da sé che il preside-sindaco, maschio o femmina che sia, generalmente “tiene famiglia” e ha un congruo numero di figli, nipoti, parenti, amici da collocare, ma questo è un altro tema a cui ho già accennato.

Qualcuno ha detto che il PD sta trasferendo nella scuola le pratiche già collaudate ad ogni livello istituzionale: qui si tratta di assegnare una cattedra a qualche “disoccupato eccellente”: politici trombati alle elezioni, collaboratori, portatori di voti ….

E’ facile prevedere una storica inversione di tendenza: il mondo della scuola, da sempre appannaggio delle donne, perché le retribuzioni sono basse, diventerà l’approdo di una serie di ex- (assessori, consiglieri, ex società partecipate …) e saranno probabilmente maschi (non a caso la retribuzione del preside è almeno doppia rispetto a quella dei docenti).

Mi chiedo perché le associazioni di femministe non si esprimano, perché consentano che il mondo della scuola sia consegnato sic et simpliciter a (certi) maschi.

Vorrei che almeno una delle femministe storiche, le nostre maitre à penser, parlasse pubblicamente in nome di una antica “sorellanza” che non può cedere all’indifferenza.

Vorrei che Italia Donati, e tutte le altre donne, non fossero morte invano.

Adriana Rossi