Il Preside-Sindaco e la buonascuola: appello alle femministe

Il primo di giugno del lontano 1886 un giovane maestra di ventitré anni, originaria di Monsummano, viene trovata morta nella gora di un mulino del paese di Porciano (PT), dove aveva ottenuto un incarico di insegnante elementare. Nella lettera che aveva scritto al fratello prima di morire, chiedeva che il suo corpo fosse esaminato da un medico per dimostrare la sua illibatezza, essendo stata a lungo la vittima incolpevole di feroci pettegolezzi a causa delle attenzioni del Sindaco che, a quel tempo, in virtù della Legge Casati (13 novembre 1859) esercitava la sua autorità sulle scuole elementari e decideva, fra le altre cose, chi assumere o trasferire.

La povera Italia Donati, a cui il Sindaco aveva imposto di vivere in un appartamento vicino alla sua villa (secondo la ricostruzione di Elena Gianini Belotti nel bel libro “Prima della quiete”) e che amava portare in paese in calesse per esibire in pubblico la sua conquista, pagò con la vita la scelta di lavorare e di svolgere una professione all’epoca faticosissima. Fra l’altro lo stipendio era misero, inferiore a quello degli uomini, e destinato in parte alle famiglie che avevano investito le magre risorse nella ‘formazione’ scolastica della figlia e ne esigevano un compenso mensile.

La vicenda di Italia e una serie di suicidi di maestre e anche di morti causate da debilitazione fisica (molte si ammalavano per gli stenti e la fame, per il freddo patito, per la fatica di un lungo cammino per raggiungere la scuola) sollevò un dibattito pubblico piuttosto acceso che sfociò in una nuova legge (la Daneo-Credaro del 1911), la quale sottraeva finalmente la scuola elementare all’arbitrio delle autorità comunali e ne assegnava il controllo allo stato.

Per avere un’idea dello stress psicologico a cui erano soggette le insegnanti alla fine dell’Ottocento, si legga la testimonianza di Edmondo De Amicis, “Il romanzo di un maestro”:

Non era ancora arrivata in paese la vittima predestinata, che accorrevano in dieci a circuirla, a insidiarla, a riscalducciarle il sangue e la testa con l’arti più ipocrite e con le tentazioni più sfacciate, a farle comprendere in cento maniere che ad essere onesta o a non essere avrebbe perduto egualmente la riputazioe, e poi, quando il fatto sollecitato, preveduto, strombazzato prima che accadesse, accadeva, gridavano tutti allo scandalo, e se la pigliavano, come QUEL MAIALE DEL SINDACO, contro tutte le maestre che portavano l’immoralità nei paesi.

Perché questa lunga premessa storica? Perché vedo inquietanti analogie fra la figura del sindaco plenipotenziario di fine Ottocento e il preside-sindaco della riforma del governo Renzi. Oggi, come allora, complice la grave crisi economica, potrebbero verificarsi casi di ricatti a sfondo sessuale, oltre ai noti fenomeni clientelari che ormai caratterizzano ogni ambito della vita pubblica. I numerosi esempi di prostituzione nella politica di oggi (si badi bene: “puttane” sono anche gli uomini che si vendono per un tornaconto personale; il caso Razzi è diventato emblematico grazie alla satira) potrebbero trasferirsi alla scuola, dove le figure cosiddette apicali (presidi) sono in maggioranza uomini, mentre le donne costituiscono per lo più manovalanza, seppure a vari livelli: collaboratrici, personale ATA, docenti.

Immaginiamo un preside molto predisposto verso il gentil sesso, magari alla maniera di Berlusconi: sceglierà dipendenti al di sotto dei quarant’anni e potrà tranquillamente motivare la sua scelta con la maggiore dinamicità e sintonia verso le giovani generazioni. Un altro potrebbe avere particolari preferenze per certi attributi: s’ei piace ei lice (se gli piace gli è consentito). E’ evidente che anche una preside donna potrebbe acquisire comportamenti simili, ma è provato che i fenomeni di prostituzione indotta sono riconducibili quasi sempre ai maschi.

Va da sé che il preside-sindaco, maschio o femmina che sia, generalmente “tiene famiglia” e ha un congruo numero di figli, nipoti, parenti, amici da collocare, ma questo è un altro tema a cui ho già accennato.

Qualcuno ha detto che il PD sta trasferendo nella scuola le pratiche già collaudate ad ogni livello istituzionale: qui si tratta di assegnare una cattedra a qualche “disoccupato eccellente”: politici trombati alle elezioni, collaboratori, portatori di voti ….

E’ facile prevedere una storica inversione di tendenza: il mondo della scuola, da sempre appannaggio delle donne, perché le retribuzioni sono basse, diventerà l’approdo di una serie di ex- (assessori, consiglieri, ex società partecipate …) e saranno probabilmente maschi (non a caso la retribuzione del preside è almeno doppia rispetto a quella dei docenti).

Mi chiedo perché le associazioni di femministe non si esprimano, perché consentano che il mondo della scuola sia consegnato sic et simpliciter a (certi) maschi.

Vorrei che almeno una delle femministe storiche, le nostre maitre à penser, parlasse pubblicamente in nome di una antica “sorellanza” che non può cedere all’indifferenza.

Vorrei che Italia Donati, e tutte le altre donne, non fossero morte invano.

Adriana Rossi

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